Mpox e tubercolosi
Attraverso due interventi, i ricercatori hanno ricordato una realtà scomoda: le malattie infettive non scompaiono, ma cambiano natura, a seconda dell’attenzione che il resto del mondo riserva loro. Il Mpox e la tubercolosi illustrano, ciascuno a modo proprio, i punti ciechi persistenti della sanità mondiale.
Florent Jouinot, dell'Aiuto Aids Svizzero, riferisce in merito all'AFRAVIH 2026 a Losanna.
Quando Steve Ahuka Mundeke ripercorre la storia del Mpox, parte dal 1970, nella Repubblica Democratica del Congo. All’epoca, l’attenzione mondiale era rivolta all’eradicazione del vaiolo. Il Mpox, invece, rimaneva nell’ombra, considerato una malattia tropicale rara, poco contagiosa tra gli esseri umani e confinata alle zone rurali.
Per decenni, questa percezione giustifica l'inazione. Ancora nel 1986, la malattia è considerata di scarsa rilevanza per la salute pubblica. Un errore di valutazione dalle gravi conseguenze.
Perché sul campo la situazione evolve. La sospensione della vaccinazione antivaiolosa, i conflitti armati e gli spostamenti di popolazione favoriscono una prima grande epidemia nel 1996. Poi, nel 2003, il virus ha varcato per la prima volta i confini del Sud provocando un'epidemia negli Stati Uniti. Bisognerà tuttavia attendere il 2022 perché il Mpox diventi una priorità mondiale, quando l'epidemia colpisce massicciamente i paesi del Nord e induce l'OMS a dichiarare un'emergenza sanitaria di portata internazionale.
La reazione è stata quindi rapida: sorveglianza rafforzata, accesso ai vaccini, ricerca accelerata. Di conseguenza, l’epidemia è stata rapidamente controllata in Europa e in Nord America. Ma questo successo nasconde un’altra realtà.
Una «vittoria statistica» nell’Africa centrale
Nella Repubblica Democratica del Congo, dove ancora oggi si concentra quasi il 90% dei casi mondiali, la situazione rimane preoccupante. L’emergere di una nuova variante, il clade 1b, segna una svolta: la trasmissione da uomo a uomo si intensifica, anche per via sessuale.
«Stiamo assistendo a una frattura sia biologica che geopolitica», sottolinea Steve Ahuka Mundeke. Il Mpox non è più solo una zoonosi rurale; sta diventando un’infezione radicata in dinamiche urbane e sociali complesse, amplificate dalla povertà, dalla promiscuità e dagli spostamenti di popolazione legati ai conflitti.
Nonostante ciò, la fine dell’emergenza internazionale nel 2025 ha comportato un rapido disimpegno: calo della sorveglianza, interruzione delle campagne di vaccinazione su larga scala, disuguaglianze nell’accesso agli strumenti di prevenzione. Nel marzo 2026, il governo congolese dichiara la fine dell’epidemia — una «vittoria statistica», con meno di 200 casi settimanali, ma fragile.
Infatti, le condizioni per una recrudescenza sono ancora presenti: bassa copertura vaccinale, in particolare nelle zone rurali, che sono tuttavia le più vicine al serbatoio animale.
La Svizzera di fronte a una minaccia persistente
Per la Svizzera, che ha registrato un'impennata di casi nel 2022 prima di un rapido controllo, la tentazione è forte di considerare il Mpox come un episodio chiuso. Tuttavia, le dinamiche osservate nell’Africa centrale mantengono un rischio ben reale di una nuova pandemia mondiale, come ci ricordano una serie di diagnosi di Clade 1b recentemente a Zurigo o la diagnosi di tubercolosi ricevuta di recente da un insegnante di scuola elementare vallesano.
Per l’Aiuto Svizzero contro l’AIDS, la sfida è duplice:
- mantenere la vigilanza nelle comunità più esposte e nei servizi sanitari;
- integrare in modo sostenibile il Mpox in un approccio globale alle infezioni sessualmente trasmissibili e garantire un accesso effettivo alle offerte di vaccinazione, screening e trattamento.
Oltre a ciò, si pone una questione di solidarietà: sostenere la lotta contro il Mpox nella RDC non è solo un imperativo etico, ma anche una strategia di prevenzione globale.
Tubercolosi: la prova che la medicina da sola non basta
L’osservazione di Ablo Prudence Wachinou sulla tubercolosi è altrettanto illuminante. Malattia antica, a lungo associata alla povertà, ha conosciuto un calo spettacolare con l’arrivo degli antibiotici a metà del XX secolo prima di riapparire.
Perché? Perché la tubercolosi è una malattia tanto sociale quanto medica.
«Non si cura la tubercolosi solo con i farmaci», ricorda il relatore. Condizioni abitative, alimentazione, accesso alle cure: questi fattori determinano l’evoluzione dell’epidemia tanto quanto le innovazioni scientifiche.
Uno studio recente, il programma RATION, ne fornisce una dimostrazione lampante. Fornendo un sostegno alimentare alle persone affette da tubercolosi e ai loro cari, i ricercatori hanno ottenuto i migliori risultati in termini di riduzione della trasmissione e della mortalità, superando alcuni interventi medici.
Una lezione valida anche in Svizzera
Sebbene oggi la tubercolosi sia rara in Svizzera, non è scomparsa. Colpisce principalmente le popolazioni vulnerabili, in particolare i migranti o le persone in situazioni di precarietà – contesti in cui anche i determinanti sociali giocano un ruolo centrale.
Per l’Aiuto Svizzero contro l’AIDS, questa realtà fa eco a sfide già ben note nella lotta contro l’HIV: l’importanza dell’accompagnamento sociale, dell’accesso ai diritti e della riduzione delle disuguaglianze.
La convergenza tra HIV e tubercolosi, frequente in molti contesti, rafforza la necessità di approcci integrati.
Una stessa conclusione: non distogliere lo sguardo troppo presto
Mpox o tubercolosi, stessa lotta: queste infezioni ricordano che l’attenzione internazionale è spesso ciclica, intensa nei periodi di crisi, poi rapidamente in declino. Il rischio è quindi sempre lo stesso: confondere il controllo con la scomparsa.
All'AFRAVIH 2026, il messaggio è chiaro: finché persisteranno le disuguaglianze nell'accesso alle cure, ai vaccini e alle condizioni di vita, le malattie infettive continueranno a circolare e a riemergere, prima o poi, dove non ce le aspettiamo più.